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N. 195 - febbraio 2026
La Parola della Domenica

IL CAMMINO INTERIORE. QUARESIMA CON DON NICOLA

 

Per inaugurare il cammino quaresimale, abbiamo scelto di tornare alle parole di don Nicola, lasciandoci guidare da una sua omelia che continua a parlarci con la stessa forza di allora. Una riflessione semplice e profonda, capace di aprire spiragli di luce proprio nel tempo in cui la Chiesa ci invita a sostare nel silenzio, nella verità e nella conversione.

Don Nicola, questa volta, parte da un dettaglio che spesso diamo per scontato: il colore viola. Un colore che nella tradizione liturgica richiama la penitenza, l’attesa, il lutto. Eppure — ci ricorda — è anche il colore che prelude alla gioia, quello che prepara all’Avvento e alla rinascita. Il viola è il colore del “quasi”, del “non ancora”, del tempo in cui si impara a guardare oltre.

Al centro della sua riflessione, don Nicola pone il passo del Vangelo di Marco:

“Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da Satana.” (Mc 1,12-15)

Il verbo “sospingere” diventa per lui una chiave interpretativa. Non un semplice “accompagnare”, ma un vero e proprio scossone, una spinta decisa verso il deserto. Non per abbandonare il Figlio — e con lui ciascuno di noi — alla tentazione, ma per condurlo nel luogo in cui si impara a riconoscere la verità che abita dietro la cortina fumogena delle paure.

È, ancora una volta, una lezione d’amore.

Perché la tentazione, ci ricorda don Nicola, non è un tranello, ma un’occasione. Un’occasione per scegliere, per rafforzare la fede, per radicare la nostra appartenenza nell’amore del Padre. Essere tentati è, in fondo, necessario: restituisce libertà, restituisce verità, restituisce profondità alla persona umana.

Le “bestie” che Gesù incontra nel deserto diventano allora il simbolo delle nostre parti oscure: le paure, le ferite, le esperienze dolorose che ci abitano e che spesso ci rallentano o ci spaventano. Sono gli spazi d’ombra che ci impediscono di essere pienamente liberi.

Ma è proprio lì — diceva don Nicola — che siamo chiamati a stare con Lui. A guardare in faccia le nostre debolezze, a dare un nome alle nostre ombre, senza illuderci di poterle ignorare o negare. Riconoscerle è il primo passo per orientarle, per trasformarle, per farne occasione di crescita.

La fragilità, allora, non è un ostacolo: è una porta. Una porta attraverso cui passa la possibilità di chiarire, di comprendere, di riorientare la vita. Senza tentazioni, senza scelte anche sofferte, non si vive davvero. Senza il deserto, non si scopre la forza unificante dell’amore.

E così, dal deserto, può emergere la vita vera: la fioritura dei colori, la presenza di creature luminose, l’annuncio della Buona Notizia che rischiara il buio.

Don Nicola concludeva con un’esortazione che oggi sentiamo particolarmente nostra, anche nella nostra esperienza operativa e comunitaria: andare oltre la denuncia del malessere e diventare noi stessi annuncio di un modo nuovo di stare insieme, di fare squadra, di costruire legami che generano vita.

È questo il passo che la Quaresima ci invita a compiere. È questo il passo che, con gratitudine, compiamo ricordando le sue parole.