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N. 145 - giugno 2021
Letto per voi

IL TERZO CERVELLO E L’INTELLIGENZA RELAZIONALE​​​​​​​ di Francisco Mele

Questa pandemia mette in crisi l’individuo, la società, la famiglia e soprattutto rappresenta una minaccia a un sistema economico di cui ancora non possiamo prevedere le conseguenze sulla vita di ciascuno di noi. Questa situazione in cui fiducia e sfiducia si alternano scardinando l’idea stessa di comunità e di famiglia pone agli psicoterapeuti la domanda di come intervenire per aiutare gli altri che vivono questa crisi, perché noi psicoterapeuti non siamo fuori e liberi dalle stesse angosce. 

ARTICOLO PUBBLICATO IN “LA NOTTE STELLATA” , N 1, 2021

LA BIOPSICOSOCIOLOGIA

A partire dagli studi di René Girard e di  Jean-Michel Oughourlian si è venuta a delineare una lettura molto particolare circa il comportamento delle persone nell’ambito  di un contesto  psico-sociale.

Questa lettura fonda le sue radici nella psichiatria soprattutto francese, punto di riferimento necessario per comprendere e integrare i tre cervelli: il cognitivo, l’emotivo e il relazionale.

Oughourlian insieme a Eugène Webb sostiene che si deve superare l’idea di un io-in-sé che si trova all’interno di un A autonomo, un io-in-sé inserito in un B autonomo, a favore di un io costruito e decostruito tra due. In ogni incontro con l’altro, l’ “io-tra-due” inizia a formarsi sin dall’infanzia. Ciascuno di noi è il risultato di una serie di gesti e di parole di altri che hanno influenzato il nostro sé nel corso della nostra storia. Andrew Meltzoff ha studiato l’imitazione infantile scoprendo che il bambino non solo imita i movimenti dello sperimentatore e lo esprime ad esempio nel movimento della lingua, ma soprattutto imita e presta attenzione all’intenzione dello sperimentatore. Queste scoperte, insieme a quelle del gruppo di Parma diretto da Giacomo Rizzolatti e Vittorio Gallese circa i neuroni specchio, vengono dopo cinquant’anni a confermare l’ipotesi mimetica elaborata da René Girard. L’ipotesi è che il desiderio mimetico ai trova alla base di tutte le forme di rivalità genesi della violenza. Da quando mi ero occupato di criminologia lavorando in un ospedale giudiziario, in carcere e poi in istituti minorili la teoria di René Girard mi ha aiutato a trovare una risposta alla domanda, il perché della violenza sia a livello sociale che  nell’ambito familiare. La mia tesi dottorale aveva preso in considerazione i delitti in famiglia, studi che avevo realizzato tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta. Senz’altro Girard, che non era né uno psichiatra né uno psicologo, aveva descritto, attraverso l’analisi di autori come Shakespeare, Dostoevskij , Proust, Molière, Camus e altri,  la genesi della violenza provocata dalla rivalità tra  personaggi letterari: gli artisti anticipano le scoperte scientifiche.[3]

Oughourlian sostiene che la mimesi costituisce una scoperta significativa per comprendere il rapporto che fa sì che i soggetti si avvicinino, entrino in conflitto e si respingano. Il principio mimetico sarebbe l’equivalente della legge gravitazionale scoperta da Newton che risponde alla domanda: cosa tiene uniti i corpi celesti, cosa impedisce che ciascuno parta ed esca dall’orbita, oppure cosa impedisce che la terra ad esempio non si scontri con la luna, e soprattutto risponde anche alla domanda sul perché gli esseri umani non cadono o non si staccano dalla terra.

Il principio mimetico è alla base dell’apprendimento della costruzione del sé e del rapporto interpersonale, ma in questa teoria del terzo cervello l’io non è una monade chiusa in sé che si rapporta ad altre monadi, ma è una costruzione in continuo rifacimento. Facilmente l’io può perdere consistenza nell’incontro con un altro o all’interno di una istituzione, oppure dissolversi in un incontro con i fantasmi del passato che lo assalgono o nello scontro con figure prepotenti. In questa prospettiva si delinea un tipo di relazione che non è inter-individuale, bensì inter-dividuale, perché nell’incontro dell’io con un altro io si viene a creare un movimento inter-influenzale per cui non si esce mai dal rapporto allo stesso modo di come si è entrati.

Quindi il desiderio mimetico si attiva, modifica e viene a condizionare i movimenti di ciascuno dei soggetti che partecipano alla relazione. La capacità di affrontare, comprendere e gestire i rapporti inter-individuali fa parte dell’intelligenza relazionale.[4]

Il terzo cervello non è un’entità autonoma dagli altri due; c’è una continua corrispondenza tra questi tre cervelli che si determinano a vicenda, e nessuno di loro può vantare un’autonomia propria.


Il concetto di cervello come sede della percezione e del ragionamento è stato elaborato negli ultimi tre secoli. Nel 1664, per primo Thomas Willis, del gruppo di Oxford, pubblica un trattato di anatomia ponendo l’accento sull’importanza del cervello in rapporto al movimento, alla cognizione, alla memoria e alla percezione. Da questo momento il cervello diventa oggetto di studio da parte di neurologi e psichiatri. Fino a questa data la sede della percezione, della cognizione e dell’anima era il cuore. Nella civiltà egizia, durante il processo di mummificazione del Faraone il cervello veniva estratto dal naso e buttato via. Era il cuore che veniva conservato. Per Aristotele il cervello serviva a raffreddare le passioni. Anche Leonardo da Vinci non teneva conto del cervello. Per Cartesio il corpo e l’anima si trovavano nella ghiandola pineale, luogo privilegiato che regola il ciclo circadiano che riguarda il rapporto tra la luce e il buio. Per gli esoterici la ghiandola pineale era la sede del terzo occhio inteso come la fonte che permette di vedere la vera realtà. Dopo la scoperta del cervello, questo diventa la sede di tutte le azioni e di tutti i pensieri dell’uomo. Dobbiamo aspettare le scoperte di Antonio Damasio e di George Ledoux per differenziare il primo cervello cognitivo, sede dell’intelletto, del ragionamento cosciente da un secondo cervello che questi autori hanno definito il cervello emotivo. Gli studi sul sistema limbico hanno permesso di collocare lì le emozioni, i sentimenti e i diversi stati umorali. Senz’altro ancora oggi si pensa che sentimenti ed emozioni appartengano al cuore. “Va dove ti porta il cuore” è la rappresentazione e la raffigurazione di un pensiero pre-copernicano. Come si vede le teorie scientifiche fanno fatica a sradicare convinzioni così forti come quelle a cui stiamo assistendo in quest’epoca della pandemia dove in piena esplosione del Covid ci sono delle persone che sostengono che si tratti di un’invenzione di un potere politico che vuole togliere le libertà. Prima di passare al concetto di terzo cervello è utile riflettere sul secondo cervello in quanto poter differenziare emozioni, sentimenti e stati umorali per poter essere in grado di attivare quello che Daniel Goleman ha definito “l’intelligenza emotiva” intesa come la capacità di “motivare sé stesso nel persistere e nel perseguire un obbiettivo nonostante le frustrazioni; di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione; di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare; e ancora, la capacità di essere empatici e di sperare”.

In questa teoria si afferma che abbiamo una mente che pensa e una che sente. Si tratta di due facoltà semi-indipendenti, in quanto si verificano due circuiti cerebrali distinti e interconnessi. La mente emozionale può travolgere la mente razionale. Il secondo cervello è costituito dal sistema limbico, che comprende la corteccia pre-frontale, in particolare la regione ventro-mediana del lobo frontale, l’ipotalamo, il giro, l’amigdala e le strutture della base del telencefalo. L’amigdala è la sede della memoria emotiva. Per Goleman ci sarebbero due tipi di memoria, una cognitiva, propria del primo cervello e una affettiva del secondo cervello. Da chiedersi se si ipotizza una terza memoria, relazionale, propria del terzo cervello. Senz’altro quando assomigliamo a qualcuno nei gesti, nella voce o nei pensieri. Come ad esempio il bambino adottato, che fa dire “si vede che ha preso tutto da suo padre”. 

Il primo cervello è dotato di un sistema specchio che sovrintende all’attività propria della neo-corteccia razionale. Anche il secondo cervello è dotato di un sistema specchio, che spiega l’empatia, la compassione, la trasmissione e il contagio e la condivisione dei sentimenti, delle emozioni e degli umori.

È utile differenziare le emozioni – lo stress, l’angoscia, la collera, la gioia, la paura, il disgusto ecc. – dai sentimenti – l’amore, l’odio, la tenerezza, l’invidia, la gelosia, il risentimento ecc. – dagli umori – l’euforia, le eccitazioni, la depressione, la letargia, l’esaltazione e la depressione, l’accelerazione o il rallentamento -. 

Nel rapporto con l’altro, con la natura e con sé stesso il soggetto sperimenta delle emozioni, dei sentimenti e degli stati umorali che chiamano in causa il primo cervello che dovrà giustificare o negare l’attivazione del secondo cervello. Oughourlian scrive che il secondo cervello e il primo offrono al terzo cervello il guardaroba che permette al desiderio di mostrarsi secondo diverse configurazioni. Alla base del desiderio mimetico ci sono l’azione e l’incontro con il mondo e soprattutto il passaggio dalla materia alla consapevolezza propria della coscienza. Attraverso il desiderio mimetico l’uomo neuronale diventa uomo sociale o politico nella terminologia di Aristotele. I precursori di questa teoria, secondo l’autore, sono soprattutto Spinoza e Freud. Spinoza scrive nel libro III dell’Etica intitolato Origine e natura degli affetti: “Se immaginiamo che qualcuno ami, desideri o odi qualcosa che noi stessi amiamo, desideriamo o abbiamo in odio, per ciò stesso noi ameremo, desidereremo questa cosa ecc. con maggior costanza(…) Per il fatto di immaginare che qualcuno ama qualcosa, anche noi ameremo la stessa cosa (…) gli uomini (…) hanno verso i loro simili maggior Amore o Odio che non verso le altre cose; e a questo si collega l’imitazione degli affetti”. “ Se immaginiamo che qualcuno goda di una cosa che uno solo può conquistare, faremo di tutto perché non la conquisti”.

Per Spinoza, l’affetto è un’azione e una passione, è ciò che i neuroni  specchio riflettono: le azioni e le emozioni dell’altro. Questo meccanismo in cui un soggetto cerca di strappare un oggetto a un altro che lo vuole, che in prima battuta poteva anche non interessargli, fa sì che il soggetto in questione faccia di tutto per averlo, come i bambini che vogliono sempre la palla o il giocattolo che l’altro bambino ha preso per primo.

Freud in “Psicologia della vita amorosa” descrive come una donna che non appartiene a nessuno è meno desiderabile di un’altra che è sposata e soprattutto di una donna di facili costumi.

La donna virtuosa difficilmente trova tanti amanti come la donna desiderata da tanti uomini.

La stessa cosa possiamo affermare nei confronti degli uomini che hanno successo con le donne. Più un uomo è desiderato da tante donne, più una donna viene attratta con l’intenzione di rubarlo alle altre, vissute come rivali. Freud lascia i suoi studi sulla teoria mimetica e, come afferma Girard, rimane alle porte della scoperta del desiderio mimetico che va oltre il complesso di Edipo che ha segnato il percorso della psicanalisi.

La psicologia interdividuale  costituisce una vera rivoluzione epistemologica perché riesce a studiare l’io secondo una prospettiva che tiene conto dell’inter-influenza. L’io è il risultato dell’azione dei meccanismi mimetici che si concentrano:  sull’apparire,sull’avere,sull’essere , sul desiderio del modello

Oughourlian afferma che l’ “io è continuamente e uniformemente ricostruito dal meccanismo mimetico in seno al rapporto interdividuale”.[5]Questa ipotesi si basa sugli studi di Antonio Damasio che afferma che il sé ha una base neuronale e si tratta di uno stato biologico ripetutamente ricostruito. Al riguardo scrive: “Vi sarebbero (…) stati successivi dell’organismo, ognuno con una rappresentazione neurale nuova, in mappe multiple  concertate, momento per momento, e ognuno tale da fissare il sé che esiste in quel momento”.Più avanti lo stesso autore sostiene che “lo stato del sé viene decostruito da cima a fondo in ogni momento: è uno stato di riferimento evanescente, di continuo ricostruito con tale coerenza che il possessore non se ne accorge mai”.

 

 

LA PEDAGOGIA PERSECUTRICE

Le memorie del presidente del Tribunale di Cassazione tedesco di Dresda, Daniel Paul Schreber, ha permesso a Freud di teorizzare sulla struttura della paranoia. Il presidente Schreber inizia a delirare e viene ricoverato in clinica nel momento in cui assume il potere massimo del sistema giuridico. Non è stato paziente di Freud, ma da queste memorie si costruisce una teoria che permette di dare una spiegazione a un disturbo mentale – la paranoia – che ha colpito una persona come Schreber, che sul primo cervello aveva raggiunto il più alto livello. Le ipotesi alla base del disturbo partono dal rapporto del malato con suo padre. Queste affermazioni vengono poi confermate con delle ricerche a posteriori fatte da altri studiosi, come Morton Shatzman, nel libro “La famiglia che uccide”, e Alice Miller autrice de “La persecuzione del bambino”. Nel nostro lavoro ci interessa comprendere l’influenza negativa di questo padre su di un figlio che a un certo punto della vita, nel momento massimo del suo successo,  comincia a delirare. Il padre di Schreber, Daniel Gottlieb Moritz, medico e pedagogista, aveva ideato un sistema educativo conosciuto come “schrebergarten”, che era diventato famoso in Germania nella seconda metà del diciannovesimo secolo. Occorreva seguire un modello ideale che mettesse in risalto la resistenza fisica e psichica degli studenti. Il pedagogista aveva cominciato a provare il suo metodo con i suoi tre figli. I bambini dovevano esercitarsi a una rigida formazione che cominciava sin dal mattino, imponendo loro di mantenere un corpo diritto, e poi di affrontare il freddo con la forza della volontà; continuava con l’atteggiamento di rigorosa rigidità che i bambini dovevano mantenere a tavola. A pranzo e a cena non potevano appoggiare i gomiti sul tavolo, venivano loro imposti dei bastoncini metallici appuntiti che gli impedivano di abbassarli quando stavano mangiando. Per mantenere la schiena diritta venivano messe due sedie dove in una il bambino appoggiava i piedi e nell’altra la testa: era quindi obbligato a mantenere una posizione rigida. A causa di questa educazione uno dei figli, Daniel Gustav, si suicida e gli altri due diventano pazzi. I maschi avevano lo stesso nome del padre; il primo aveva studiato medicina e poi legge, il secondo diventa un importante giurista. Il problema è che generazioni di studenti in Germania e in altri paesi europei sono state in tante scuole sottomesse al modello pedagogico, così uniformante che  si può ritenere che forse il nazismo sia stato preparato sui banchi della scuola molto prima della sua affermazione politica.. 

La rivalità tra Nietzsche e Wagner[11]  In quanto al rapporto con il modello-ostacolo, la storia tra Nietzsche e Wagner è incalzante. Nietzsche, ne “La nascita della tragedia”, esprime un’ammirazione esagerata nei confronti di Wagner; lo riconosce come il suo modello assoluto insieme a Schopenhauer. Nelle sue lettere, sostiene che i momenti più belli della sua vita sono legati al nome di Wagner. Dal musicista tedesco, Nietzsche non è stato mai apprezzato. In questa rivalità, anni dopo, il filosofo, che anche lui aveva pretese di scrivere musica, comincia a criticare il maestro e non sopporta che la sua fama cresca sempre di più. Il collasso psicologico avviene quando Nietzsche si trova senza allievi, e a questo punto accusa Wagner di essere la causa della sua malattia. In questi scritti il filosofo afferma che non si deve seguire nessun maestro tranne che sé stessi. In una lettera a Paul Rée e  Andrea Lou Salomé  sostiene che l’arte del maestro ha degenerato nel suo “Parsifal”. Da quel momento della sua malattia, Schopenhauer e Wagner diventano i suoi antagonisti. L’altalena fra ammirazione e condanna lo ha fatto sprofondare nel delirio scrivendo nel 1888 all’amico  Karl Fuchs: “Dopo che è stato licenziato il vecchio Dio, sarò io d’ora in poi a vegliare nel mondo”. Dato che i tedeschi – sostiene il filosofo- sono stupidi nell’ammirare Wagner e a non capire la sua grandezza, in una lettera alla sorella Elizabeth scrive che la sua opera sarà apprezzata all’estero. Rimane un mistero per tutti noi come “delle personalità al limite” in tanti campi, dalla politica alla filosofia all’arte, abbiano avuto tanto riscontro nel trascinare delle persone verso convinzioni che confinano con la paranoia. La lista è interminabile. Forse il folle riesce a viaggiare nella profondità dell’anima e a estrarre dei pensieri talvolta geniali. Azione che fa sì che ciascuno prenda quei pensieri, li elabori, li critichi o li segua senza distanziazione. Il saggio dovrebbe essere colui che va a cercare nelle profondità del sé e tornare alla superficie senza perdere il senso di realtà.

Le dipendenze patologiche

Altre forme di disturbi che si trovano nell’ambito dell’intelligenza relazionale interdividuale e mimetica sono l’anoressia, la bulimia, la tossicodipendenza e altre manifestazioni di dipendenza affettiva o tecnologica.

L’anoressica sconvolge –sostiene Girard- il bisogno e l’istinto; si tratta di un chiaro esempio di rivalità mimetica. Si tratta di una lotta a morte con un modello di donna che la pubblicità non risparmia di riproporre sistematicamente come un fatto da imitare. L’anoressica prende sé stessa in ostaggio, per piegare la volontà altrui alla propria. La mia interpretazione, di collegare la diade anoressia-bulimia alla paura della guerra, della peste, delle tempeste climatiche, mi porta a una elaborazione metaforica al riguardo. Quando scoppiano delle crisi sociali o naturali, assistiamo alla corsa sfrenata per acquistare viveri in quanto la paura di morire di fame è atavica. In pochi giorni, quando arriva magari un tornado, i supermercati si svuotano e le case si riempiono di cibo. Allo stesso modo forse il bulimico accumula energie nel corpo pensando che nel momento di crisi può consumare i suoi grassi. L’anoressico si allena a non avere fame e quindi, quando capita una crisi, teoricamente non soffrirebbe l’angoscia di morire di fame: si è allenato tutta la vita. Un’altra forma più sottile di guerra interdividuale è quel tipo di anoressia bulimica che porta il soggetto a svuotare il frigo ogni sera per poi vomitare tutto il cibo, lasciandone privi gli altri. Allo stesso modo i contadini russi quando all’avanzata delle truppe naziste avevano bruciato le scorte degli alimenti. 

Interpretare le dipendenze secondo la teoria del terzo cervello significa tener conto della lotta che ciascuno affronta tra dipendenza e distacco dal processo interinfluenzale che caratterizza ogni rapporto interdividuale. La differenza, ad esempio, tra cocainomane ed eroinomane in rapporto al tema della competizione con il rivale riesce a eliminare  e a introdurre il sentimento di invidia. Il cocainomane, che vive in continua rivalità con un altro significativo oppure con tutti, ha bisogno della sostanza “in-sostanza” per entrare in gioco e cercare di eliminare e battere gli altri. L’eroinomane abbandona la lotta prima di cominciare, ma questo non significa che abbia superato il sentimento di invidia che lo attanaglia. Il fumatore di hashish o di altra forma di droga cerca di annebbiare il rapporto interdividuale, ma il fumo è anche un messaggio che rivolge a qualcuno che dovrà essere in grado di interpretare perché dove c’è fumo c’è fuoco; vuol dire che il terapeuta, rivolgendosi a quelle energie che stanno sotto, può attivare e riconoscere la lotta del soggetto per sopravvivere.

Conclusioni: questa pandemia mette in crisi l’individuo, la società, la famiglia e soprattutto rappresenta una minaccia a un sistema economico di cui ancora non possiamo prevedere le conseguenze sulla vita di ciascuno di noi. Questa situazione in cui fiducia e sfiducia si alternano scardinando l’idea stessa di comunità e di famiglia pone agli psicoterapeuti la domanda di come intervenire per aiutare gli altri che vivono questa crisi, perché noi psicoterapeuti non siamo fuori e liberi dalle stesse angosce.  Una figura significativa è stata Victor Frankl che nel campo di concentramento dove era rinchiuso è stato capace di aiutare tutti quelli che si rivolgevano a lui in quanto psicoterapeuta. Stiamo vivendo gli stessi problemi che vivono i nostri pazienti. Qui si mettono in moto le nostre competenze e soprattutto si sfidano le nostre diverse intelligenze: quella cognitiva, quella emotiva, l’intelligenza relazionale e soprattutto l’intelligenza spirituale, che non è legata a una particolare confessione religiosa. Essa è la risposta che mi do, prima come essere umano e poi come psicoterapeuta in relazione a tre domande fondamentali: Cosa significa per me la morte? Ha per me un senso la vita?  Come vivo il passaggio del tempo?  Dopo quasi un secolo Karl Jaspers ci può venire incontro: lui, che ha vissuto la tragedia del nazismo e della seconda guerra mondiale avendo una vita limitata dovuta a una malattia fin dall’infanzia, diceva che davanti alla morte siamo soli. Nella ricerca dell’essere sé stesso, Jaspers affronta il tema della libertà, ma soprattutto lo scontro delle situazioni limite in cui ciascuno riceve in contraccambio un rimando alla domanda dell’immanenza e della trascendenza. Davanti alla situazione limite dov’è l’uomo: nella natura, nel cielo stellato, o nella storia? L’angoscia di trovare quel muro della situazione limite che ci fa sentire che la terra si muove sotto i nostri piedi è sicuramente una delle esperienze più drammatiche. Quelli che, in questo periodo di Covid, sono tornati dai ricoveri dopo essere stati intubati per un periodo e attaccati all’ossigeno, non riescono a trovare parole per descrivere quello stato. Scrive Jaspers: “Noi diventiamo noi stessi, entrando a occhi aperti nelle situazioni limite”. Entrare con gli occhi aperti, con il pensiero lucido, da soli, è una sfida che sicuramente pochi mesi fa nessuno di noi avrebbe immaginato che potesse accadere.

Tanti che sono andati a curarsi negli ospedali si sono trovati a dover affrontare un percorso che nei sogni più angoscianti forse molti di loro non avevano mai vissuto. In questi casi, di fronte alla tragedia di non poter ricevere un minimo di conforto da qualcuno che si potesse toccare, vedere o sentire, sembra di dover dare ragione al pensiero del grande psichiatra tedesco. Per ultimo, secondo me, il lavoro psicoterapeutico dovrebbe essere concentrato in questo periodo nel sostenere emotivamente e psicologicamente il personale sanitario che sta affrontando questa pandemia.