N. 191 -
dicembre 2025
Letto per voi
ROBERTO BENIGNI: PIETRO, UN INNO ALL'AMORE
Introduzione
Questa volta la nostra rubrica Letto per voi si concede un’eccezione: non un libro, ma una performance artistica e letteraria che ha saputo trasformarsi in parola viva e rito collettivo. Parliamo dello spettacolo “Pietro. Un uomo nel vento”, trasmesso dalla RAI e dedicato da Roberto Benigni alla figura di San Pietro.
Con la sua consueta capacità di intrecciare ironia e profondità, Benigni ha portato in scena un racconto che non è solo teatro, ma meditazione, poesia e testimonianza. Il suo “a parte gli scherzi” diventa la chiave di volta di un viaggio che dal sorriso conduce alla serietà più radicale: quella dell’amore, forza che muove e trasforma.
In queste pagine vi proponiamo una recensione che ripercorre i momenti salienti dello spettacolo, restituendo la vibrazione di un evento che ha saputo unire arte, fede e umanità. Un’occasione per lasciarsi interrogare da uno sguardo che non smette di cercare, e da un vento che continua a muovere le cose.
C’è una frase che ritorna come un ritornello nello spettacolo di Roberto Benigni dedicato a San Pietro: «A parte gli scherzi». È il segnale che l’attore toscano usa per cambiare registro, per passare dal sorriso alla serietà. È come se dicesse al pubblico: «Sì, sono un comico, ma ora vi sto per dire qualcosa che conta davvero». E quella cosa seria è la più seria di tutte: l’amore.
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Il cuore dello spettacolo
Benigni racconta Pietro come un inno vivente all’amore, un «uomo nel vento» travolto da una forza che lo trasforma. Parlare d’amore per oltre due ore non è semplice: il rischio di cadere nella retorica o nel sentimentalismo è sempre dietro l’angolo. Ma Benigni riesce a vincere la sfida perché lui stesso è innamorato — prima di Dante, ora di Pietro — e questa passione autentica rende il suo discorso credibile, vibrante, commovente.
Un triangolo di amicizia
Il monologo si apre con una dichiarazione limpida e potente: «Pietro, il migliore amico di Gesù, e ora è diventato anche il mio migliore amico». In questa triangolazione — Gesù, Pietro, Benigni — si racchiude l’essenza della Chiesa, vista come una catena di amicizia che si propaga a cerchi concentrici, come onde provocate da un sasso gettato nell’acqua. Quel sasso è Gesù; il primo cerchio è Pietro; l’ultimo anello è l’attore, che raccoglie e rilancia il fuoco di quell’amore.
Il vento che muove le cose
Per tutto lo spettacolo aleggia una domanda: che cos’è quel «vento», quella forza che smuove Pietro e chiunque incontri Gesù? Benigni risponde con una sola parola che attraversa ogni passaggio: amore. L’amore «che muove il sole e l’altre stelle». Non è un concetto astratto, non è una definizione: è esperienza, sguardo, contatto che trasforma.
Immagini che restano
L’anteprima dello spettacolo è già un’immagine potente: Benigni entra nella basilica di San Pietro, scende sotto l’altare del Bernini e si ferma davanti a un mosaico del volto di Gesù. La telecamera indugia sugli occhi del mosaico, occhi che guardano e vengono guardati. In quel faccia a faccia si concentra la luce inafferrabile che l’attore cerca di catturare: un fuoco che nessuna telecamera o giornalista potrà mai fissare del tutto.
Il dialogo tra Gesù risorto e Pietro — le tre domande «mi ami?» — è reso con struggente delicatezza e messo in parallelo con l’amore silenzioso dei genitori di Benigni. L’attore insiste sulla potenza di uno sguardo che cambia la vita: «Nessuno lo ha guardato così». È proprio quello sguardo che rende Pietro capace di coraggio fino al sacrificio.
Umanità e santità
Benigni sottolinea un punto che commuove: Pietro è uomo, con paure, dubbi e fragilità. Ed è proprio per questo che diventa santo. Citando Chesterton, lo spettacolo ricorda che la Chiesa è stata fondata su un uomo debole, e proprio per questo è indistruttibile. È consolante riconoscersi in quell’anello fragile e desiderare lo sguardo che sostiene. Quando quel sostegno arriva, nasce una forza nuova: Pietro «non molla mai», procede di caduta in caduta ma con un gaudio nascosto che trabocca di gioia.
Lo sguardo dello spettatore
Alla fine, lo spettacolo rimanda la domanda al pubblico: quale sguardo rivolgeremo noi a chi, per due ore, ha cantato l’amore senza risparmio di sé? Ognuno darà la propria risposta. Ma prima bisogna aver messo da parte gli scherzi, aver accolto la serietà che Benigni chiede: ascoltare l’amore come esperienza che supera le parole e, allo stesso tempo, si affida alle parole per provarci.
Un invito
Lasciatevi attraversare dallo sguardo che lo spettacolo propone, e provate a riconoscere, nella vostra vita quotidiana, quel vento che muove e trasforma.
