N. 161 -
maggio 2023
Approfondimenti
IL PARADOSSO (APPARENTE) DI TRE PARABOLE EVANGELICHE
E' possibile distinguere le regole dai valori, senza arrivare a trasformare a loro volta quelle regole in nuovi valori, dimenticando i primi da cui esse dovrebbero nascere?
Julia Kristeva Sliven, (psicanalista, filosofa e scrittrice francese di origine bulgara nata 24 giugno 1941 in Bulgaria) ci offre degli interessanti spunti di riflessione per riscrivere le regole di un nuovo umanesimo e per superare il disagio di fronte ad alcune parabole: dei talenti, dei lavoratori nella vigna e del servo infedele.
La Kristeva (citata nel n. 4148 de La Civiltà Cattolica ) ci ricorda che è venuto il momento di riprendere i codici morali di un tempo, senza indebolirli con la pretesa di problematizzarli, e rinnovandoli. I divieti e le limitazioni non sono arcaismi, ma argini che non si possono ignorare, se non si vuole sopprimere la memoria che costituisce il patto degli umani tra di loro. La storia non appartiene al passato: la Bibbia, i Vangeli, ma anche il Corano, il į¹gveda e il Tao abitano il nostro presente. A noi tocca ripensarli, rivivendoli dentro i linguaggi della modernità.
La parabola evangelica dei talenti con la sua durezza è assai significativa. Chi ha avuto dieci e chi cinque talenti, alla resa dei conti – avendoli fatti fruttare – riceverà il doppio; chi ha avuto un talento solo ne verrà privato non avendolo fatto fruttare per paura di perderlo; verrà punito perché «a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; a chiunque non ha sarà tolto anche quello che ha».
Altrettanto significativa è la parabola dei lavoratori nella vigna. Quelli dell’ultima ora riceveranno lo stesso compenso pattuito per quelli della prima ora, con una comprensibile delusione di questi; ad essi il padrone replica che devono accontentarsi del dovuto e per il resto egli del suo fa ciò che crede: un singolare abbinamento fra giustizia e carità.
In una terza parabola, il servitore infedele è stato perdonato dal padrone per non aver pagato il debito nei suoi confronti; ma subito dopo quel servitore tratta crudelmente il proprio debitore e non gli concede una dilazione, a differenza di quella appena concessa dal padrone a lui. Verrà punito severamente, perché non ha compreso e non ha applicato la misericordia ricevuta.
C’è nelle tre parabole un filo comune: quello di una giustizia che non sembra corrispondere a quella umana cui siamo abituati; quest’ultima prevale fra gli uomini nonostante le liti e le divisioni che comunque vi sono a proposito di essa.
Le parabole sopra ricordate propongono un dubbio rispetto alla tendenza che oggi emerge a proposito degli accordi commerciali internazionali; la ricerca di regole comuni da applicare a tutti i Paesi, democrazie e dittature con sistemi di valori fra loro profondamente diversi.
Secondo quella tendenza, il problema non è tanto avere valori comuni, ma piuttosto avere regole comuni da rispettare, salvo casi estremi come l’aggressione della Russia all’Ucraina.
Resta un dubbio di fondo: è possibile distinguere le regole dai valori, senza arrivare a trasformare a loro volta quelle regole in nuovi valori, dimenticando i primi da cui esse dovrebbero nascere?
Dal confronto fra giustizia e misericordia nella tradizione ebraica si passa alla loro immedesimazione nel cristianesimo, con la sostituzione della croce alla spada. Essa è testimoniata dalla precedenza nella
«beatitudine» accordata da Cristo ai pubblicani e alle prostitute… e dalla parabola del buon samaritano; si sintetizza nell’inno alla carità di san Paolo.
In effetti, ed è questa la risposta alla domanda posta in premessa, la carità più la giustizia si traduce nella misericordia, che consente di riconoscere l’altro e impedisce alla giustizia di ridursi a legalismo.
