N. 161 -
maggio 2023
Approfondimenti
IL MAHATMA GANDHI
Gandhi è noto come il Mahatma, la «grande anima»: così fu definito dal poeta indiano Tagore, premio Nobel per la letteratura nel 1913. In realtà il suo impegno è stato prevalentemente religioso, di liberazione personale, nella convinzione che la liberazione avesse un forte impatto politico. Lo afferma più volte e lo ribadisce nell’ Autobiografia: «La mia devozione per la Verità mi ha portato nel campo della politica».
In tale prospettiva va letta la «nonviolenza» che caratterizza il suo pensiero. Essa non è una strategia politica, ma lo scopo della vita, che diventa tutt’uno con la Verità: «L’esperienza mi ha insegnato che non vi è altro Dio che la Verità». «Io non mi stimo degno di essere considerato un profeta: non sono che un umile cercatore della Verità, impaziente di arrivare a una spirituale liberazione dell’attuale mia esistenza». Gandhi non desiderava per sé un potere politico e non ebbe mai una carica ufficiale all’interno del Congresso, eppure mantenne costantemente la funzione di arbitro nelle questioni di politica o nelle crisi del partito.
Nel 1928, l’arrivo della Commissione Simon, composta di parlamentari britannici, aveva il compito di riferire a Londra su una possibile Costituzione per l’India. Poiché agli indiani era concesso solo di fare proposte alla Commissione itinerante, un po’ dovunque essa fu accolta con ostilità. Gandhi disse che la proposta del governo era «un insulto organizzato contro un’intera popolazione». Gli scontri tra polizia e dimostranti gli fecero capire che la nonviolenza era una necessità a livello nazionale, purché non degenerasse in violenza. Il suo obiettivo era realizzare l’unità dell’India attraverso il Congresso, e insieme sensibilizzare la popolazione dei contadini. Egli iniziò a visitare sistematicamente parte dei 700.000 villaggi, sostenendo la campagna del kadhi: era la disciplina necessaria per preparare la causa comune.
La conoscenza della realtà rurale lo spinse a proporre al Congresso 11 punti che, se accettati dal governo, avrebbero reso superflua la disobbedienza civile: la totale proibizione dell’alcol, la riduzione del cambio rupia-sterlina, l’abbassamento delle imposte sulla terra, l’abolizione della tassa sul sale, la decurtazione degli stipendi degli alti funzionari, il ridimensionamento delle spese militari, il rilascio dei prigionieri politici ecc. A molti, anche agli amici più vicini, la proposta sembrava poco realistica e votata al fallimento, ma per Gandhi era il modo di rendere l’indipendenza comprensibile al popolo rurale dei villaggi. Lo scopo non era quello di richiedere a gran voce l’indipendenza dagli inglesi, ma di porre il Congresso in grado di negoziare con il governo britannico come «legittimi delegati nazionali e non come mendicanti in attesa delle riforme costituzionali previste dalla Commissione Simon».
La «marcia del sale»
Fu scelta la base per la lotta: la tassa sul sale. Gandhi voleva organizzare una «marcia del sale» dal suo luogo di ritiro, Ahmedabad, fino a Dandi: circa 380 km, per raggiungere la costa dell’Oceano Indiano, dove ognuno avrebbe raccolto il sale per il proprio consumo. Era un’iniziativa di forte impatto, perché toccava gli interessi di ogni famiglia. Ed era anche una soluzione ingegnosa, sia per un confronto nonviolento col governo, sia perché non ne toccava interessi vitali: ciò avrebbe reso difficile una repressione violenta.
All’inizio di marzo 1930, Gandhi avvertì il viceré che intendeva cominciare la disobbedienza civile contro la tassa del sale. La marcia iniziò con 80 uomini fidati e fu un trionfo; la folla aumentava di villaggio in villaggio. Nell’itinerario non mancavano il riposo e la preghiera: era davvero un pellegrinaggio. Si citavano i testi sacri indù, ma anche il Vangelo e i discorsi di Gesù contro le autorità di Gerusalemme. Giunti a Dandi, ognuno prese il sale per uso personale.
La reazione del governo fu immediata: Gandhi, la moglie Kasturba e altre 50.000 persone furono arrestati. Ne parlarono i giornali di tutto il mondo. Alcuni episodi marginali furono il segno della partecipazione corale del popolo. Se la polizia intimava ai manifestanti di disperdersi, essi si buttavano a terra e si facevano arrestare. A un camion diretto al carcere, strapieno di prigionieri, scoppiò una gomma e non poté proseguire. Gli arrestati non fuggirono, anzi tranquillizzarono i poliziotti e si avviarono compatti a piedi verso la prigione, tra due ali di folla che li acclamava. Un bambino che sedeva sopra un sacco di sale, al comando di un poliziotto, si rifiutò di alzarsi: fu riempito di botte, a sangue. Ma non si mosse e rimase a braccia conserte. L’ufficiale fermò il massacro e andò a stringergli la mano: «Tu sei un eroe. Non ho mai visto fare la guerra così».
Gandhi a Buckingham Palace
La popolarità della «marcia del sale» aveva rivelato che l’India era pronta all’indipendenza. Per Londra fu una ferita insanabile, aggravata dalle diplomazie internazionali, che erano favorevoli all’autodeterminazione dei popoli.
Gandhi uscì dal carcere nel gennaio del 1931 e, mentre tutti si aspettavano da lui una mossa risolutiva, riuscì a scontentare tutti. Chiese al viceré Lord Irwin un colloquio «da uomo a uomo»: «Vorrei poter incontrare non tanto il viceré dell’India, ma l’uomo che è in lei». Irwin accettò: aveva fiducia nel Mahatma, stimava la sua visione religiosa e simpatizzava per le aspirazioni politiche del Paese. I colloqui furono utili, perché Gandhi aveva assunto il ruolo di mediatore tra il Congresso e il governo. Il 5 marzo 1931 i due firmarono il «Patto di Delhi»: si interrompeva la disobbedienza civile, ma cessavano i poteri speciali assunti per combatterla; inoltre, il governo si impegnava a liberare i prigionieri politici e legittimava la raccolta del sale per uso personale. Eccezionale il risultato: la «nonviolenza» aveva scalfito il potere dell’impero britannico. Tutti si aspettavano molto di più, e l’opposizione al Congresso si manifestò immediatamente. Invece Nehru, il giovane discepolo di Gandhi, appoggiò il Patto, e il Mahatma avrebbe rappresentato il Congresso a Londra. Avendo dimostrato agli inglesi «la loro forza con la disobbedienza civile, si recavano a Londra non come mendicanti, ma come veri negoziatori in una posizione di forza».
Non si può omettere di riportare la reazione di Winston Churchill: Gandhi è «un sovversivo avvocato del Middle Temple, una specie di fachiro… che si aggira seminudo nel palazzo del viceré». Così si presentò anche a Buckingham Palace. In realtà l’entrata del Mahatma nella residenza ufficiale del Regno britannico sembrava proprio quella di un «fachiro seminudo»: eppure incarnava la forza della Verità e della «nonviolenza», il coraggio di discutere alla pari sulla nuova Costituzione dell’India.
Un profeta ai margini della politica
L’incontro di Londra non produsse nell’immediato risultati politici, ma agli occhi degli indiani fece crescere a dismisura il valore di Gandhi. Al ritorno in patria, egli cercò di avere un colloquio da amico con il nuovo viceré, il marchese di Willingdon. L’incontro non solo gli fu negato, ma diede luogo a una campagna di repressione contro i nazionalisti, suscitando in tutto il Paese una sorprendente catena di proteste. Tra i primi, fu arrestato Gandhi. Mentre egli era ancora in prigione, nel 1932, il governo britannico istituì elettori separati per gli «intoccabili». Immediata la sua reazione: iniziò un digiuno. Benché il governo fosse disposto a concedere più seggi per gli intoccabili, Gandhi non si tirò indietro e al sesto giorno di protesta sembrava che stesse per morire. Solo allora il governo revocò il provvedimento. Per il Mahatma era importantissimo che le classi più povere potessero essere riconosciute come cittadini e non come casta.
Tutti volevano che Gandhi abbandonasse la «nonviolenza», sia i rappresentanti del Congresso sia i musulmani; ma per lui era essenziale, costituiva «la legge della vita per gli esseri umani. […] Sono sempre più convinto che, nella complessa situazione dell’India, non ci sia altro modo per ottenere la libertà». Nel 1934 lasciò il Congresso e si ritirò dalla politica, per dedicarsi esclusivamente alla riforma spirituale dell’India. Aveva più di 65 anni, l’età in cui le forze vengono meno. Alcuni reagiscono aggrappandosi ai vecchi ruoli, altri accolgono questo tempo con intelligenza, cercando nuove forme di comportamento. Tale fu la scelta di Gandhi. Se divenne un profeta ai margini della vita politica, di fatto era nuovamente libero per portare avanti la sua missione. Ora poteva ricominciare dal basso; perciò si stabilì in uno dei piccoli villaggi. Ne scelse uno dei più sperduti, nelle Province centrali, Segaon, un gruppo di capanne con poche persone, cui diede un nuovo nome, Sevagram, «Villaggio del servizio». Ne spiegò la ragione: la civiltà del piccolo paese è diversa da quella delle città, ma è fondamentale per la nazione. «Servire i nostri villaggi significa costruire l’autonomia. Qualsiasi altra cosa è un sogno vano. Se muore il villaggio, muore anche l’India. Non ci sarà più l’India. La sua missione nel mondo si perderà».
Con la presenza del Mahatma, il villaggio si rianimò: vi convivevano induisti, buddisti e cristiani; regnava grande rispetto per tutte le religioni, ed era escluso il proselitismo. In breve quel luogo divenne un cuore pulsante dell’India silenziosa e il centro di un’attività, l’«Associazione panindiana delle industrie di villaggio», che pian piano riuscì a trasformare la situazione di miseria e di sfruttamento. Era la forza rivoluzionaria della nonviolenza. Nel programma Gandhi inseriva pure l’istruzione, che non poteva essere solo alfabetizzazione, ma doveva comprendere l’abilità manuale per la vita e il lavoro. Non mancava un piano per difendere la salute dalle malattie (malaria, dissenteria ecc.). Fra l’altro, si poté capire che egli non era contrario all’uso dei macchinari, purché non si moltiplicassero «indiscriminatamente» e non togliessero il lavoro ai poveri.
La Guerra mondiale
Il 1° settembre 1939 scoppiava la Seconda guerra mondiale: il viceré, senza consultare gli indiani, annunciò che l’India era entrata in guerra a fianco degli inglesi. La vita politica del Paese ne fu sconvolta. Dieci giorni dopo l’inizio del conflitto, in un documento indirizzato al viceré, il Congresso si dichiarava favorevole alla guerra solo qualora l’Inghilterra avesse concesso all’India la libertà che difendeva contro il nazismo. Compilato da Nehru, il testo contraddiceva la posizione di Gandhi, che respingeva qualsiasi coinvolgimento nelle ostilità.
Dopo settimane arrivò la risposta del viceré: dell’indipendenza dell’India se ne sarebbe parlato dopo la guerra… Nella situazione di stallo, il Congresso affidò a Gandhi l’incarico di organizzare una campagna di disobbedienza civile. Invece il capo della Lega Musulmana, Jinnah, pensava alla formazione di uno Stato musulmano.
Il ruolo pubblico del Mahatma era improvvisamente cambiato: i rapporti con il Congresso si erano fatti difficili. Il fautore della nonviolenza viveva la guerra con pena: «La mia nonviolenza sembra quasi impotente. Ma alla fine della lotta quotidiana arriva la risposta: né Dio né la nonviolenza sono impotenti. L’impotenza è nell’uomo. Io devo continuare a provare senza perdere la fede». Il conflitto mondiale era una questione nuova e difficile da affrontare. Nel settembre del 1940 Gandhi lanciò una forma di satyagraha individuale, contro la guerra: «Non perché amo la nazione inglese odio quella tedesca. […] Siamo tutti fatti della stessa pasta, siamo tutti membri della vasta famiglia umana. […] Non posso salvare l’integrità degli indiani e la loro libertà se non a condizione di nutrire benevolenza verso tutta la famiglia umana».
Nel 1942, il governo di Londra, preoccupato per l’avanzata del Giappone verso i possedimenti britannici in Asia, aveva bisogno della collaborazione degli indiani: perciò inviò in missione Stafford Cripps, per far accettare ad essi lo statuto di Dominion of India, da ratificare dopo la guerra. La risposta di Gandhi fu chiarissima: «Era un assegno post-datato di una banca prossima al fallimento». Gli inglesi dovevano lasciare il Paese. Ne nacque un movimento spontaneo che prese il nome di «Via dall’India» (Quit India), con una campagna di disobbedienza civile dell’intera nazione. Gandhi la accompagnava col mantra: «“Agire o morire”. Noi libereremo l’India, o altrimenti periremo nella lotta; non vivremo per vedere la perpetuazione della nostra schiavitù».
Immediata la risposta del governo Churchill: ci furono violenze e repressioni inaudite. Le stime ufficiali indicavano centinaia di edifici governativi distrutti, 66.000 persone arrestate e 2.500 morti49. Gandhi, la moglie e i membri del Congresso furono subito incarcerati. Per il Mahatma, detenuto a Poona (oggi, Pune), furono i giorni più difficili, un tempo di buio e di angoscia: perse prima il suo consigliere di fiducia, poi sua moglie per una crisi cardiaca. Infine, per le violenze scoppiate durante la protesta, iniziò un digiuno.
L’indipendenza dell’India
Dopo quasi due anni di prigionia, Gandhi fu rilasciato nel maggio del 1944. Per prima cosa tentò di dialogare con il capo della Lega Musulmana, per un’intesa in vista dell’indipendenza. Ma gli incontri furono inutili. Jinnah era deciso a costituire uno Stato indipendente per i musulmani. Si apriva così la via alla lacerazione dell’India e nasceva la «Terra dei Puri» (è il nome del futuro «Pakistan»). Nel 1945, con la vittoria dei laburisti in Inghilterra, il governo Attlee annunciava un possibile ritiro dall’India e proponeva un unico Stato federale. A Gandhi il piano non dispiacque, e Jinnah, benché molto critico, in un primo tempo vi aderì, ma poi ci ripensò. Il viceré allora affidò a Nehru l’incarico di formare un governo ad interim. Questi si recò da Jinnah per offrirgli diversi ruoli nel governo, ma lui li respinse. Poiché nel 1946-47 il Nord dell’India fu sconvolto da violenze che si estendevano dal Punjab al Bihar, il governo inglese propose la divisione dell’India in tre province autonome, collegate a un governo centrale. Sebbene Gandhi fosse contrario, il Congresso e la Lega l’accettarono. Lord Mountbatten ebbe l’incarico di attuare il passaggio dei pieni poteri all’India e fissò una data per l’indipendenza nel 1947. Il Mahatma si dava da fare percorrendo i villaggi a piedi, tentando con coraggio un ultimo sforzo per pacificare indù e musulmani. Se fosse riuscito a portare la pace nel Bengala e a Calcutta, la nazione sarebbe rimasta unita.
Il 15 agosto 1947 l’India raggiunse l’indipendenza, ma priva delle due grandi province che formarono il Pakistan orientale e occidentale. Il giorno seguente Jinnah proclamò un «Giorno dell’azione diretta», abbandonando i metodi costituzionali. Concretamente, dava il via a un massacro che avrebbe accompagnato la nascita dell’India indipendente e del Pakistan. Nel Bengala, in particolare a Calcutta, centro dei musulmani, si scatenò una caccia all’indù che causò 4.000 morti. Quanti poterono riparare nel vicino Bihar organizzarono una rappresaglia che si concluse con 7.000 morti51.
Era il tragico fallimento del programma che il Mahatma perseguiva da una vita. Tuttavia, egli continuò la sua opera di pacificazione a Calcutta e tentò perfino di raggiungere il lontano Punjab, quando scoppiò il conflitto per il Kashmir, conteso tra India e Pakistan. Nel viaggio fu costretto a fermarsi a Delhi.
Il 30 gennaio 1948, durante la preghiera pubblica in quella città, un indù si avvicinò e s’inchinò davanti a lui. Forse era un gesto sincero di devozione, ma, rialzandosi, estrasse una pistola e con tre colpi lo uccise. Crollando a terra, Gandhi fece appena in tempo a pronunciare il nome di Dio, Rama52. L’assassino apparteneva al partito indiano che ripudiava la dottrina della nonviolenza e la riconciliazione tra indù e musulmani53. Il giorno dopo, secondo la tradizione, il corpo del Mahatma fu cremato: vi si raccolse intorno tutta l’India, e forse il mondo intero. Se Gandhi era deluso per il fallimento della «nonviolenza», la sua morte rivelò invece che la «forza della Verità» e la «nonviolenza» non erano state vane.
