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N. 176 - settembre 2024
Approfondimenti

L'EQUIVOCO DELLA RICCHEZZA

 

Uno dei simboli più radicati nell’immaginario dell’uomo moderno è l’associazione tra felicità e ricchezza, con i suoi molteplici derivati come consumismo, potere e accumulo. Tuttavia, la storia e numerose ricerche dimostrano che proprio la ricerca sfrenata di guadagno è la causa dei peggiori mali per l’umanità e, quindi, una delle principali cause di infelicità.

L’idea che la felicità sia associata al guadagno e all’avere sempre di più porta però a un aumento di stress e infelicità, a una disumanizzazione e perdita della propria dignità, generando quella che è stata chiamata «la corsa dei topi»: correre sulla ruota di una gabbia senza mai arrivare da nessuna parte.

Negli anni Novanta, la rivista British Medical Journal ha condotto un’approfondita ricerca sui fattori che influenzano il rapporto tra beni e qualità della vita, anche in termini di mortalità. La grande idea emersa è che i livelli di mortalità e di salute in una società sono influenzati non tanto dalla sua ricchezza complessiva, quanto dalla maniera in cui tale ricchezza è distribuita. Quanto più uniforme è la distribuzione della ricchezza, tanto migliori sono le condizioni di salute di tutta la popolazione.

Uno degli effetti più deleteri della mentalità prevalente è ritenere che tutto abbia un prezzo, dagli ovuli ai reni, alle persone, allo svago. Il bene ha un carattere essenzialmente gratuito: nel momento in cui lo si monetizza, deperisce. E quando lo stesso essere umano tende a diventare un prodotto in vendita, perde le sue caratteristiche peculiari, accessibili solo nella gratuità: creatività, affetti, generosità, dedizione, passione, altruismo, intimità, tenerezza, condivisione, tutto ciò che rende umana e bella la vita.

Le ricerche psicologiche giungono alla medesima conclusione del detto di Gesù: «C’è più gioia nel dare che nel ricevere». Donare rende felici. Eppure, quando si chiede a cosa sia associata la felicità, la maggior parte delle persone risponde: quando si ricevono soldi e li si spende per sé. Questo è un tipico esempio di quella che i ricercatori chiamano «distorsione intellettuale».