N. 162 -
giugno 2023
Approfondimenti
L’INFOSSICAZIONE E LE NUOVE SFIDE PER L’EDUCAZIONE
La recente celebrazione della giornata della liberazione dal nazifascismo (con le annesse polemiche relative a chi avesse titolo o dovere di festeggiare la memoria del 25 aprile), ci offre lo spunto per una riflessione sull’importanza della informazione per le nuove generazioni e della crisi di significato che caratterizza le nuove generazioni, dell’appiattimento sul materiale e sulle mode del momento . in pratica della sostanziale assenza della dimensione spirituale o di senso nella comunicazione rivolta ai giovani. Si pone allora il problema di come favorire il recupero di questa dimensione fondamentale per l’essere umano È il caso allora di riflettere sulle condizioni di possibilità della trasmissione della dimensione spirituale alle nuove generazioni.
Quali condizioni sono necessarie al terreno della gioventù odierne, affinché siano in grado di accogliere e aprirsi ad una dimensione più profonda dell’essere umano?
1. Indugiare, durare, soffermarsi per percepire oltre le cose
Affinché le cose rivelino il loro significato, e il loro essere profondo al contatto con la nostra sensibilità, con ogni evidenza è necessario dare loro il tempo per farlo. Tanto più oggi. I bambini e i giovani, spesso, soffrono di un’immediatezza che conduce a una vita sedentaria. Gli schermi, trasmettendo incessantemente informazioni fugaci, li assorbono.
La posizione statica del corpo, immobile, contrasta con l’inquietante mole di informazioni, attrazioni, conoscenze e intrattenimenti che vengono proiettati a uso quasi esclusivo delle mani e della mente. Allo stesso tempo, fin da piccoli essi vengono investiti da una quantità di compiti, di attività sportive, di corsi finalizzati a sviluppare questa o quella competenza, per sgravare dalle mansioni di custodia i genitori impegnati a lavorare. Ciò genera in loro una sensibilità ipercinetica, ma sedentaria; “ipermentale”, ma senza il controllo delle emozioni; iperfisica, ma sconnessa dall’interpretazione di sé.
A questa situazione squilibrata va posto rimedio. L’infanzia e la gioventù della nostra epoca hanno bisogno di tempo per esplorare il mondo esterno e quello interiore. Affinché le cose possano attirarli anche per ciò che irradiano e non soltanto perché li stimolano ininterrottamente, i ragazzi devono avere la possibilità di annoiarsi, di concedersi l’ozio creativo, di non fare alcunché di produttivo o di redditizio per la loro formazione immediata. Bisogna elaborare pedagogie basate sul contatto sensibile e durevole con le realtà più prossime, per un tempo prolungato. Per esempio, concentrarsi sul battito del cuore umano, percepire intensamente la propria respirazione, meravigliarsi per i dati trasmessi dai sensi nel contatto con una singola cosa per volta.
2. Reiterare, ripetere, ripercorrere
Quanti attraversano l’infanzia e la giovinezza nell’era digitale non avvertono le epoche remote, le realtà antiche: in sostanza, il passato. Per loro, simili realtà si trovano oltre la soglia di ciò che vale la pena di indagare. La loro prospettiva è a breve raggio, e ciò che le sfugge è vuoto, non è utile tornarci.
Per restituire senso alle cose, per estrarne le molteplici possibilità di offrire significati nuovi nel contatto con il passare del tempo e delle circostanze storiche, è necessario esercitare la «circolarità». Se non aiutiamo bambini e giovani a scoprire che nella ripetizione c’è sempre qualcosa di nuovo, continueremo ad accrescere il loro disprezzo per ciò che è usato e che viene inteso come obsoleto, inutile, insignificante, da scartare. Invece, ripetere non è sempre un fatto negativo: non è necessariamente la conseguenza di un insuccesso, come quando si è bocciati a un esame scolastico. Molte volte ripetere è necessario per crescere meglio, per imparare al proprio ritmo, per assestarsi e trovare un equilibrio migliore. La reiterazione e l’insistenza sono valori da proporre. Del resto, essi appartengono ai rituali civici, sportivi e religiosi che ci caratterizzano socialmente e ci danno un’identità.
3. Condividere silenzi e gesti inspiegati
Fra coloro che condividono momenti di silenzio, abitandoli, si stabilisce una sintonia comune. Il silenzio culla ciò che siamo senza mostrare le nostre differenze….
La pedagogia del silenzio e il gesto senza parole, in un contesto sovraccarico di rumori e di azioni vuote com’è quello in cui viviamo, apre una porta alla dimensione spirituale e di fede come possibilità da coltivare. La fede s’incarna nell’anima come parola di vita eterna, se viene protetta dalle grida emozionali a cui senza tregua esponiamo i bambini e i giovani. Essi sono individui che nel loro itinerario verso la maturità hanno bisogno di silenzi significativi, strutturanti, in cui si cementano vincoli
4. Riposare dall’informazione
Dobbiamo imparare a riposare dall’essere costantemente informati su qualcosa. Se l’accumularsi dei dati ci dà l’impressione di essere informati o connessi, in realtà ci rende sempre meno informati e sempre meno capaci di comunicare. Si parla ormai di «infossicazione», intossicazione da informazione, come di una patologia, e ciò dovrebbe farci riflettere sulla necessità di sviluppare atteggiamenti che ci consentano di consumare informazioni nella misura in cui effettivamente ci servono.
Nel caso dei bambini e dei ragazzi, è plausibile che il pullulare di dati e informazioni serva soltanto a sbiadire, in loro, le gerarchie secondo cui li valutano. Tutto è allo stesso livello: la guerra, il gossip, le fake news, l’analisi, la moda, lo sport e via dicendo. Stiamo loro insegnando che l’informazione è sempre in eccesso, dunque probabilmente falsa e inutile per la vita pratica. Invece, bisogna aiutarli a concepire meccanismi di apprendimento orientati alla ricerca critica dell’informazione necessaria su qualcosa di significativo per la propria esistenza.
5. Trattare le cose con delicatezza, cucire, rammendare, tessere
La nostra è una società violenta e divisa. Nulla di nuovo. Ci siamo abituati a manomettere le cose, i legami, la nostra stessa interiorità, e a separare, classificare, costruire trincee, formare gruppi e fazioni. Maltrattiamo la natura, la devastiamo e la manipoliamo senza controllo e senza misura.
La stessa cosa accade con le persone. Nei loro rapporti gli esseri umani si trasformano l’un l’altro in oggetti più o meno manipolabili o temibili. Sicché siamo propensi a ferirci, e a farlo nella stessa maniera in cui veniamo feriti. Il bullismo nelle scuole spesso costituisce una guerra silenziosa e terribile, che può costare la vita a chi non trova rifugio nei propri amici, nella famiglia o nelle istituzioni.
Questa rottura del vincolo sociale deve trovare una possibilità di rimedio nell’esperienza sensibile. Che cosa accadrebbe se tutti, nell’arco della settimana, si prendessero qualche momento per rammendare qualcosa di rotto, fino a farne qualcosa di nuovo, per suturare una ferita aperta? Ci sono molte esperienze finalizzate a rompere, dividere, aggredire, e poche tese a restaurare, riparare, recuperare, sintetizzare.
6. Essere corpo con altri, legarsi
La pandemia ha imposto al corpo di battere in ritirata. Lo ha sequestrato e, in qualche modo, lo ha nascosto. Con il termine «corpo» intendiamo la presenza della persona. Con il corpo e con le sue manifestazioni ci rapportiamo al mondo e agli altri.
L’esperienza di reclusione a cui siamo stati sottoposti con la pandemia ha provocato una nuova forma di presenza che poteva fare a meno del corpo. Le piattaforme di comunicazione digitale ci rendono presenti all’altro, nel migliore dei casi, dal punto di vista dell’intenzionalità, ma non è possibile protrarre a lungo tale presenza. Finché non potevamo incontrarci, ci restava solo la presenza digitale con coloro con i quali saremmo voluti stare nella realtà. Ma ai bambini e ai ragazzi le partecipazioni mediate dallo schermo non apparivano come un «prolungamento» della loro presenza fisica nel mondo digitale per mezzo dell’intenzione. In realtà, non abbiamo ancora sviluppato le pedagogie necessarie per rafforzare il vincolo sano che s’instaura con chi non è noi, ma ci configura, perché ci riflette. Questo riflesso, di cui ha bisogno ogni soggettività, si verifica soltanto alla presenza fisica dell’altro.
7. Narrare storie, imparare a ereditare una tradizione
Dobbiamo aiutare i bambini e i giovani a raccontare la loro storia, a riferire gli avvenimenti della loro esistenza, a trovare le metafore e le analogie appropriate per raccontarsi, perché in questo modo essi riusciranno ad accrescere la loro capacità interpretativa nei confronti della vita.
La minimizzazione della messaggistica preconfezionata, tradotta in icone, emoticon e sticker, come pure la possibilità di accelerare l’ascolto dei messaggi vocali di WhatsApp o quella di eliminare ciò che si è detto generano instabilità, perché non assicurano la comprensione di ciò che è stato comunicato.
Paradossalmente, la minimizzazione del messaggio si scontra con l’amplificazione della messaggistica. Quasi da tutte le piattaforme si può inviare un messaggio diretto. Possiamo moltiplicare le conversazioni a volontà, nei limiti in cui riusciamo a farlo. Questo ci fa credere che stiamo comunicando molto, ma in effetti forse stiamo soltanto smistando della corrispondenza.
Se non sviluppiamo nei bambini e nei giovani le strategie comunicative appropriate per farsi recettori attivi del messaggio, finiremo per parlare soltanto tra noi.
8. Far riposare l’io in un noi, appartenere
La nostra identità soggettiva è fatta di relazione.
L’esaltazione dell’ego, a cui siamo tentati di continuo, distrugge il «noi», spezza i legami sociali, fino a rinchiudere ciascuno di noi nel suo mondo individuale, dove vigono le leggi soggettive. Soltanto il «noi» ci salverà da questa tragedia dell’ego smisurato. Pertanto, dobbiamo sviluppare ciò che può generare comunità, vincoli condivisi, incontri, storie comuni. Dobbiamo portare avanti la missione di depotenziare l’io, per fargli scoprire la relazione con l’altro.
9. Non cercare di sapere tutto, lasciare spazio al mistero
Un aspetto singolare di questa epoca è che non si cerca soltanto di sapere, conoscere, comprendere in profondità alcune realtà, ma si vuole tutto. Le sensibilità contemporanee non accettano il limite, il confine, il finito. La digitalità, superando il tempo e lo spazio fisici, sembra inaugurare nuove forme di limiti digitali più labili e indistinguibili. Ciò crea la sensazione che al desiderio personale si apra una vastità quasi infinita di cose.
Ma se il collocarsi nella piccolezza umana viene meno, si dilegua anche la meraviglia davanti all’immensità del divino. La pedagogia dello stupore cerca proprio di far sì che la nostra limitatezza non diventi un ostacolo frustrante, ma piuttosto sia un trampolino verso l’ineffabile, il misterioso, lo sconosciuto che ci sostiene.
10. Tagliare, chiudere, concludere
Quest’ultimo elemento ci suggerisce di imparare a dire addio, a voltare pagina, a rispettare i cicli della vita che ci siamo invece abituati ad alterare, manipolandoli, fin da quando, per esempio, nella vita moderna è entrata l’elettricità. Non si tratta qui di disprezzare i progressi della scienza, ma di soppesare quanto ognuno di essi possa aiutarci a vivere meglio la vita.
I bambini e i giovani andrebbero aiutati a vivere le fragilità di ogni tappa della loro esistenza, a celebrare ognuno degli eventi significativi della vita sapendone riconoscere la fine, a congedare persone che muoiono, a distaccarsi sanamente da ciò che non può più essere. Altrimenti il residuo, le cose in sospeso rimangono come un karma inevaso che pretende spazio nei momenti di fragilità e d’incertezza, tornando a mettere tutto in discussione. E siccome la labilità è una tendenza propria di queste nuove generazioni, l’onnipotenza infantile si sente sfidata e non vuole mollare nulla, per restare, paradossalmente, senza nulla: il vuoto di una vita senza decisioni.
