N. 159 -
marzo 2023
A proposito di
LA COPPIA COME SISTEMA
Un aspetto fondamentale messo in rilievo dalla riflessione psicologica, e per lo più disatteso, è di pensare la famiglia in termini di sistema in cui tutti i membri collaborano a plasmarne le caratteristiche, in modo attivo o passivo, influenzandosi reciprocamente.
Si tratta dell’orizzonte di riferimento «dalla cui unione nascono conseguenze che non si riducono alla somma delle conseguenze degli elementi presi separatamente». In pratica, è come dire che nella relazione sistemica 1+1=3, dove il terzo elemento è il sistema, che dà identità e significato ai singoli componenti. Riconoscere questo salto qualitativo è indispensabile per intervenire in maniera efficace nelle problematiche della coppia, naturalmente qualora ne faccia richiesta.
Negli episodi di violenza domestica, per rifarsi a un esempio eclatante e drammaticamente in aumento, questo è molto presente. È stato studiato che chi ha subìto esperienze di violenza innesca quella che viene chiamata «coazione a ripetere», scegliendo di frequentare persone simili a quelle da cui aveva subìto abusi, o addirittura sposando la medesima persona da cui aveva subìto violenza8. In questi casi le persone non sono evidentemente consapevoli delle dinamiche in gioco, e tuttavia questi fattori influenzano pesantemente la relazione di coppia, soprattutto fino a quando le motivazioni effettive continueranno a rimanere inconsce. E infatti, finché tali dinamiche non vengono esplicitate, queste situazioni dolorose tendono a ripetersi anche in eventuali nuovi legami, quasi che la persona non sia in grado di imparare nulla dalle esperienze precedenti.
È bene tuttavia dissipare un equivoco frequente: pensare la relazione in termini di sistema, realizzato dal contributo di ciascuno, non significa scusare chi commette violenza o sostenere che la colpa è della vittima. Significa che la situazione potrà essere modificata nel momento in cui ciascuno dei membri comincia a riconoscere il proprio contributo, spezzando automatismi e passività che sono spesso il cuore del problema.
Il modello sistemico è stato elaborato negli anni Sessanta da S. Minuchin e applicato per oltre 50 anni in 26 Paesi di culture differenti, ritrovando similarità sorprendenti. E anche resistenze simili. La più frequente è quella dicotomica, sopra rilevata, di concentrarsi sul membro malato, il «capro espiatorio» responsabile del malessere familiare. La lettura sistemica ribalta la prospettiva: la problematica presentata dalla famiglia in realtà ne copre altre, più nascoste, ma anche più profonde. E difatti, quando il capro espiatorio migliora, il sistema si trova disorientato, perché emergono altri aspetti che rimettono in discussione il ruolo dei partecipanti.
Nel momento in cui il sistema accetta di essere ristrutturato, è possibile percorrere nuove strade, anche se più faticose e sconosciute: «La nostra posizione è che, per quanto le famiglie possano trovarsi cristallizzate in modelli interattivi distruttivi, sono le prospettive da loro adottate a limitare e, al tempo stesso, facilitare il loro modo di pensare e comportarsi; perciò siamo convinti che, per centrare l’obiettivo, dobbiamo considerare i membri di una famiglia non soltanto come attori, ma anche come autori delle loro stesse storie»9.
In altre parole, l’elemento davvero decisivo per la qualità della relazione non è tanto il cosa, ma come l’avvenimento viene letto. Lo scopo è soprattutto quello di prendere criticamente le distanze da una maniera spontanea, ma anche distruttiva, di leggere la situazione in termini dicotomici, di buono/cattivo, restandone imprigionati.
