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N. 163 - luglio 2023
Approfondimenti

VERSO L’IMPRESA COMUNITARIA

Come il bene comune è il bene di ogni membro della comunità attraverso la solidarietà di tutti, così la comunità umana dell’impresa suppone che ciascuno vi sia riconosciuto non solo per il suo contributo economico individuale, ma anche come essere umano unico, con un proprio scopo e capace di partecipare al proprio livello alle decisioni che lo riguardano.

Questo riconoscimento si ottiene con salari equi, con il giusto prezzo delle forniture e dei servizi pagati ai fornitori, con il pagamento di imposte proporzionate, ma anche adeguando le richieste rivolte ai subappaltatori e alle collettività pubbliche.

La dottrina sociale cristiana ricorda che questa giustizia, applicata a tutti gli attori dell’azienda, non è il frutto meccanico della logica commerciale. Tanto più che l’emergenza ecologica – che è una giustizia verso le generazioni future – non deve essere sacrificata.

Il manager

La solidarietà, attraverso cui avviene il riconoscimento di ognuno, è in definitiva la principale preoccupazione del manager. Nell’ambito della sua impresa, egli non incarna semplicemente la norma imposta agli altri, ma è parte in causa dell’operato dei suoi collaboratori o subordinati, perché fornisce loro – oppure no – le norme e i mezzi necessari per compiere le missioni che affida loro. È in gioco la sua autorità, che va ben oltre il suo potere gerarchico.

Il potere è la capacità di rendere incerto il futuro dei propri partner o subordinati: è una costrizione imposta dall’esterno. L’autorità ottiene invece l’adesione del subordinato o del partner che trova un senso nell’ordine o nell’organizzazione a cui si sottomette.

Alcuni dirigenti hanno carisma, come si suol dire; sembrano godere di un’autorità naturale. Ma il carisma si rivela crudelmente insufficiente se non è supportato da tre condizioni:

  1. innanzitutto, proporre obiettivi precisi;
  2. poi, fornire mezzi proporzionati, che non siano né insufficienti né dispendiosi;
  3. infine, condividere i rischi.

Certo, i rischi non sono gli stessi per tutte le parti coinvolte nell’impresa – a seconda della posizione gerarchica e dello status giuridico dei dipendenti; a seconda che si sia lavoratori autonomi o distaccati, che si sia creditori o azionisti –, ma chiunque non assuma alcun rischio dell’azienda si esclude ipso facto non dalla società, ma dalla comunità umana dell’impresa.

Il manager è certamente il garante dell’interesse generale quando istituisce le infrastrutture di comunicazione, sicurezza e salute, senza le quali collaboratori, subordinati o partner non potrebbero svolgere dignitosamente il proprio lavoro; ma queste infrastrutture, prima figura della solidarietà, costituiscono solo lo scheletro di questo corpo sociale che è l’impresa. Oltre all’infrastruttura che sostiene l’interesse generale, il manager deve anche fornire a ciascuno, in relazione all’oggetto sociale dell’impresa, le condizioni per la sua autonomia; ciò consente di sviluppare la dimensione comunitaria dell’impresa.

Il principio di sussidiarietà

Il principio morale di sussidiarietà riflette questa tensione tra l’interesse generale, che è responsabilità propria del manager, e la relativa autonomia dei collaboratori o subordinati, che è essenziale per perseguire il bene comune. La comunità umana non implica necessariamente il tipo di democrazia aziendale, spesso parodiata dalle Assemblee generali degli azionisti, ma meglio servita nelle imprese cooperative o mutualistiche e in quelle cogestite. A parte la gestione della delega democratica, che non è specifica delle imprese, la sfida è costituita dalla distribuzione dei rischi d’impresa, perché i rischi comuni sono il vero fondamento della solidarietà. Nelle aziende capitaliste, i rischi finanziari sono normalmente assunti dagli azionisti, i proprietari di diritto. Nelle cooperative e nelle mutue essi sono a carico dei soci. Ma sono in gioco altri rischi, assunti da tutti, dando priorità a chi affronta le situazioni più precarie.