N. 163 -
luglio 2023
Approfondimenti
LA CIVILTÀ DEL LAVORO E LE SUE VARIE DIMENSIONI
Va di moda, in una visione statica dell’economia e della società, evocare la «quantità di lavoro disponibile» e ragionare falsamente sul mito del «lavoro da condividere», inteso alla maniera in cui si condivide una torta; una torta che, si pensa, va rimpicciolendosi a causa delle tecnologie attuali.
Supponendo che la premessa (una data quantità di lavoro) sia vera, questa condivisione potrebbe funzionare solo se si accettasse di condividere, nello stesso movimento, il corrispondente reddito monetario disponibile, cioè qualcosa che nessun politico difensore delle 35 ore, o anche delle 32 ore o perfino delle 24 ore settimanali ha mai voluto. Di fatto, il lavoro trattato come una cosa è questione di mero, riduttivo materialismo. Trattare il lavoro come un oggetto identificabile, una cosa circoscritta in un certo spazio in un dato momento, equivale ad avere solo una visione parziale e statica di una società che, come la nostra, è in permanente mutazione.
Oggi, di fatto, non si può più differenziare il lavoro produttivo da quello improduttivo, perché ormai tutto contribuisce alla costruzione della società, compreso l’intrattenimento. Più precisamente, qualsiasi servizio mobilita non solo il lavoro di chi lo esegue, ma anche quello del destinatario. È l’intera società che lavora per la propria riproduzione.
In effetti si lavora o per gli altri, siano o no consumatori paganti, o per se stessi, ma comunque con l’idea di soddisfare le esigenze di un beneficiario che si prevede attivo.
Le dimensioni del lavoro
1. la dimensione economica
Il lavoro è innanzitutto una realtà economica, perché crea valore: non solo in senso morale quando risponde ai bisogni della società, soprattutto dei più deboli, ma anche in senso strettamente economico. Sotto quest’ultimo profilo, il valore è ciò che dà significato a un costo. Ciò che produce il lavoro – un oggetto utile (per chi? per quando?), un servizio indispensabile (agli occhi di chi?) – compensa la fatica, il lavorio, il genio dell’ingegnere, dell’artigiano, dell’operaio, dell’operatore amministrativo, del gestore, dell’artista, dell’utente o del consumatore finale.
Per gli economisti il lavoro è sia un costo che una risorsa. Il costo è misurabile; la sua controparte, per chi paga, è una risorsa: la «risorsa umana», come si dice oggi. Segno dei tempi razionalisti, l’espressione «risorsa umana» va sempre più soppiantando la nozione di «personale». Questo passaggio riflette l’influsso della cultura materialista sull’economia. Il personale connotava la persona, quella figura sociale definita dal suo ruolo e dalla sua responsabilità nella comunità di lavoro; la risorsa umana, invece, si fonda sulla redditività dell’investimento fatto sulle persone, alla maniera di un capitale dal quale ci si attende un ritorno futuro.
2. la dimensione finanziaria
La logica strumentale dell’economia è sempre derivata dalla logica finanziaria che misura il valore attuale di un bene, di un servizio, di un rapporto d’affari, o anche di un’amicizia, rispetto al guadagno futuro, che sia esso monetario o un’altra qualsiasi forma di gratificazione. Questa pervasività della logica finanziaria in ogni lavoro è tale oggi che, anche nel linguaggio quotidiano, tutto diventa capitale. Si gode del capitale sanitario, del capitale delle competenze, del capitale relazionale, del capitale emotivo, del capitale familiare, del capitale sociale, del capitale estetico, del capitale religioso, persino del capitale della conoscenza, della saggezza o della moralità.
Questa logica finanziaria porta, per una sorta di attualizzazione implicita, a valutare qualsiasi attività presente in termini di ciò che apporterà più avanti, si pensa, nel futuro. Ogni persona attiva, sia essa produttrice o consumatrice, diventa una specie di homo financiarius, un uomo dai progetti incessanti che vive solo in una perenne gestione del rischio e cerca di barcamenarsi come meglio può tra la speranza del guadagno e la limitazione delle perdite.
Alla metà del XVII secolo, che aprì la via razionalista alla modernità occidentale, Blaise Pascal ne previde le conseguenze antropologiche. Scriveva: «Il presente non è mai il nostro fine: il passato e il presente sono i nostri mezzi, solamente il futuro è il nostro fine. In questo modo non viviamo mai, ma speriamo di vivere; e, disponendoci sempre ad essere felici, è inevitabile che non lo siamo mai».
3. La dimensione ecologica
Il lavoro è una realtà tanto economica quanto ecologica. Infatti la ricerca della produttività del lavoro e la sua logica finanziaria hanno portato a modi di fare e di consumare, modi di utilizzare strumenti, macchine, fabbriche e mezzi di trasporto che, fino ai nostri giorni, hanno saccheggiato le risorse energetiche e minerarie del pianeta. L’acqua stessa – efficace simbolo di vita – sta diventando una risorsa scarsa in aree sempre più vaste.
Certo, va di moda, nelle aule dei tribunali, sui giornali e nei dibattiti pubblici, fomentare liti tra esperti per strattonare la «scienza» al servizio di convinzioni particolari. Internet, inoltre, ha distillato nella mente delle persone un relativismo che apre un’ampia strada alle fake news (notizie volontariamente offuscate o addirittura distorte). Ma per quanto riguarda il clima, le esitazioni non sono più ammesse. L’enciclica Laudato si’ di papa Francesco spiega chiaramente quale sia la posta in gioco dal punto di vista ecologico del lavoro, e qui non è necessario entrare nel dettaglio delle sue ormai note formulazioni.
4. La dimensione sociale
Il lavoro è ovviamente anche una realtà sociale. Su questo punto insiste la dottrina sociale della Chiesa, fin dall’enciclica princeps di Leone XIII, la Rerum Novarum (1891). Un’analisi pertinente riconosce il lavoro al centro della dottrina sociale della Chiesa: «L’enciclica Rerum Novarum, pilastro del discorso sociale della Chiesa, ha per oggetto la condizione operaia, ma dedica al lavoro stesso un lungo sviluppo. È a questo testo fondamentale che tutte le successive encicliche, pubblicate in occasione dei suoi anniversari, faranno riferimento, tra cui la Laborem Exercens [di papa Giovanni Paolo II nel 1981], che ad essa si riferisce, novant’anni dopo».
in effetti, la moderna organizzazione del lavoro e dell’economia, è vero, tende a isolare il lavoratore e a separarlo dai suoi compagni di lavoro, dalla sua famiglia e dalla sua patria.
Da qui la logica della «società» piuttosto che la logica della «comunità». Inoltre, ci sono molte altre solidarietà che sono minate dalla divisione internazionale del lavoro: la regione in cui opera il lavoratore, quella in cui vive, il bacino occupazionale in cui si trova e, più in generale, le solidarietà che lo legano al contesto geopolitico giuridico, economico, nazionale e internazionale.
Lo smart working favorito dalla pandemia di Covid-19 ha fortemente incoraggiato l’isolamento del lavoro, facendone diventare sempre più virtuale l’attuazione; inoltre, aumentando notevolmente il senso di autonomia, ha favorito l’isolamento in una comunità di lavoro sempre più sfuggente.
